Brevi considerazioni sul caso de “Il Mondo al contrario” del Generale Roberto Vannacci.

Il Generale Roberto Vannacci ha scritto un “libro” sessista e razzista in cui si sostiene di tutto: che gli omosessuali non sarebbero “normali”, che i tratti somatici di Paola Egonu non rappresenterebbero “l’italianità”, che nella Nazione vigerebbe la “dittatura delle minoranze”, che le città sarebbero preda di “single benestanti”.

Il generale riserva fendenti a tutti: alle femministe, agli ambientalisti, agli immigrati, a coloro che delinquono e che meriterebbero la morte subitanea se sorpresi a rubare in casa, ai socialisti, alle dittature di Pol Pot e di Stalin (ma, stranamente, dimentica Hitler, Mussolini e Franco), ai vegani e tanto, tantissimo altro ancora.

Tra i molti argomenti ed espressioni citati nel “libro”, mi ha lasciato interdetto quanto segue (che riporto letteralmente): “Quando con tutta la famiglia ci trasferimmo a Parigi (…) per la prima volta, cominciai a venire a contatto quotidianamente con persone di colore. Mi ricordo nitidamente quanto suscitassero la mia curiosità tanto che, nel metrò, fingevo di perdere l’equilibrio per poggiare accidentalmente la mia mano sopra la loro, mentre si reggevano al tientibene dei vagoni, per capire se la loro pelle fosse al tatto più o meno dura e rugosa della nostra”. Poi chiude così: “Bastarono poche settimane e la vista dei neri smise di incuriosirmi”.
Ho letto tre volte questo passaggio, ma il risultato è sempre lo stesso: l’ha scritto davvero. Incredibile e mi fermo qui con il personale commento, lasciando al lettore la valutazione.

Nel frattempo, mentre il generale è stato rimosso dal suo incarico per diretta decisione del Ministro della Difesa (che, rilevo, non è un pericolo bolscevico, ma un fondatore del partito di maggioranza relativa – che legittimamente è di destra), c’è chi si è schierato apertamente dalla sua parte sostenendo che questi abbia tutto il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni.
E questo è vero, sacrosanto e nessuno lo mette in dubbio perché, fortunatamente e per merito di moltissimi italiani patrioti che hanno versato il proprio sangue, l’Italia è un paese democratico e liberale.
La questione, tuttavia, è un’altra.
Il Generale Vannacci, come ogni altro cittadino italiano, ha tutto il diritto di dire ciò che pensa, nei limiti, però, tracciati dalla Costituzione repubblicana e dalle leggi dello Stato.
È dunque la Costituzione italiana il parametro di legittimità delle scelte politiche del Paese, non il Manifesto della razza.
Tutti possono manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 21 della Costituzione), ma vi sono limiti espliciti e impliciti che non devono essere valicati (art. 3 e seguenti – art. 21).
Ad esempio si può parlare, ma non si può affermare il falso.
Si possono esprimere anche duramente le proprie idee, ma non si può infangare la reputazione di un altro o istigarlo a commettere un reato.

E sarebbe meglio anche evitare di toccare la pelle dei “neri” per verificare se è come quella dei “bianchi”. Si rassicuri il Generale Vannacci, la pelle è uguale, cambia solo il colore. Ma è una questione di pigmenti e non è certo un problema.
Ma vi è di più.
Il Generale Vannacci sostiene che la diversità culturale, sociale, etnica sia un fatto che corrisponde alla realtà. Ma sbaglia clamorosamente, forse anche per ignoranza dei principi giuridici, storici ed etici che costituiscono le fondamenta dell’Ordinamento costituzionale italiano e del diritto naturale (è un soldato, non un giurista o un filosofo del diritto).
E infatti la “diversità” intesa dal Generale Vannacci è assolutamente irrilevante per la nostra Costituzione, la quale, pur garantendo la libertà di manifestazione del pensiero a tutti (art. 21), sancisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3).
Sostenere dunque che Paola Egonu “ha tratti che non rappresentano l’italianità” non è un fatto ma un giudizio di valore che ha rilievo dal punto di vista costituzionale, giacché tocca la sua dignità di cittadina.
Ed è un giudizio di valore non molto diverso da quello a suo tempo formulato contro l’ebreo Samuele di possedere tratti che non rappresentano l’arianità.

Quella proposta dal Generale Vannacci è dunque una storia già vista e purtroppo vissuta dal Paese tra il 31 ottobre del 1922 e il 25 luglio del 1943, sulla quale la Costituzione repubblicana ha inteso scrivere la parola “fine”. Per sempre.
Del resto, anche quella storia iniziò con un libro. E non occorre certo ricordare qui quale fu il suo tragico epilogo.

Ripeto: o si adotta come propria guida giuridica ed etica la Costituzione repubblicana e le leggi che da essa promanano o si ascolta la pancia e le si da fiato. Ma questa seconda via è pericolosa, molto pericolosa, e può divenire incontrollabile.

Io non ho alcuna perplessità e sto con la Carta Costituzionale, la quale, peraltro, è uno straordinario contenitore di diversità umane e sociali e svolge tuttora al meglio la funzione ideata e voluta dai Padri Costituenti: non tenere conto delle distinzioni di razza, sesso, censo, opinioni ed altro ancora, ma riunire le diversità e ciò che è sparso.

Ecco perché non sono daccordo con il Generale Roberto Vannacci, certamente ottimo soldato a cui la Patria è grata, ma altrettanto certamente pessimo pensatore.

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