Buon Ferragosto “calabrese”

“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque”.

Inizia così “Gente in Aspromonte” dello scrittore e letterato calabrese Corrado Alvaro, un maestro del realismo meridionalista.

Le parole del sanluchese quasi si sentono tanto sono liriche e profonde.

Chi le legge riesce ad ascoltare le urla del tumultuoso torrente e percepisce pure l’atterrimento di chi assiste, impotente, alla furia della natura.

Le parole di Corrado Alvaro sono la rappresentazione musicale di un sacrificio, la raffigurazione carnificata del carattere di un popolo italico che è stato forgiato piano piano, nei secoli, dalla asprezza del territorio e dalla lontananza geografica, sociale e politica dal mondo vissuto, ma, nel contempo, dalla eccelsa bellezza delle sue montagne e dei suoi declivi, dalla dirompente forza delle fiumare, dal profumo degli agrumi, dei gelsomini e della terra bruciata dal sole, dalla corsa di tutto – natura, uomini, animali – verso il mare, cioè verso quell’elemento naturale che in molti giorni dell’anno non si distingue dal cielo, con cui forma un unicum che non è umano ma divino. Proprio verso quel mare che è chiamato ad accogliere il frutto della terra e che un tempo lontano ha rappresentato un immenso ponte che ha portato ed esportato espressioni acutissime di idee, di civilitá e di progresso.

Ha ragione il maestro sanluchese: non è stata bella la vita dei nostri nonni, dei loro genitori e dei loro avi. Forse persino buia e certamente avara di felicità.

Ma la notte ha il dono delle stelle. Che rischiarano e rincuorano, illuminano la via, come fu per i pastori e i Magi verso la sacra stalla.

La vita delle genti in Aspromonte si è svolta nel ventre di una fornace in cui un dio paziente e incrollabilmente determinato si è esercitato in migliaia e migliaia di ripetizioni alchemiche che, lentamente e fecondamente, hanno creato il carattere indomito di un popolo.

Anche per questo anno siamo ormai giunti al giorno di “Ferragosto”, che è assieme festa, morte e rinascita.

Ci sono tanti modi, personali e collettivi, di onorarlo. A me, che come ogni mese di agosto trascorro le vacanze estive nella terra natìa, piace farlo ricordando coloro che hanno lottato contro le asperità della natura, la crudezza del destino, la furia degli elementi, la malvagità degli uomini arroganti e prepotenti.

Da loro vengo, da loro veniamo, e se oggi lo sguardo volge al futuro con la sicurezza che sarà migliore, più giusto, più etico e sopratutto libero da chi non cerca il bene ma propugna e propala il male, a loro lo devo, a loro lo dobbiamo.

Buon Ferragosto “calabrese”, buon Ferragosto di speranza e di rinascita, buon Ferragosto di “Sapientia, Pulchritudo e Potentia”.

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