Chi di spada ferisce, di spada perisce

La frase è la traduzione del detto latino “Qui gladio ferit, gladio perit”, derivato dal Vangelo di Matteo, dove a pronunciare parole molto simili è Gesù.

Quando, nell’orto del Getsemani, Cristo viene catturato dai soldati, l’apostolo Pietro estrae la spada e taglia un orecchio a un servo del sommo sacerdote.

Gesù però lo invita a riporre l’arma.

Scrive Matteo: “Allora Gesù gli disse: Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada”. Quindi raccoglie l’orecchio e lo riattacca all’uomo.

Il significato metaforico della frase è: se usi violenza contro qualcuno, aspettati prima o poi di ricevere violenza anche tu.

Sono tanti i modi in cui a un uomo può essere fatta violenza da un altro uomo.
La violenza fisica è il modo più cruento, ma certamente il più rozzo.

La modalità diventa più sofisticata con la violenza psichica, con la quale l’uomo viene fiaccato poco alla volta, così da ridurlo a poca cosa, fino a dintegrarne l’interiorità.

Infine, il modo diviene di assai elevata sostanza quando agiscono menti, magari non raffinate ma malefiche e dispotiche, che piegano le strutture sociali e giudiziarie a proprio esclusivo vantaggio e utilizzano mezzi apparentemente etici e legali per liberarsi dei propri avversari e per perpetuare il loro iniquo potere.

Pensiamo ad esempio ad un sistema sociale (o associativo, poco cambia) in cui i giudici siano come quelli descritti da Procopio di Cesarea nel suo “Carte segrete”: “La forza delle leggi e delle convenzioni, che si fonda sulla saldezza del sistema, si era dissolta: regnavano violenza e caos; il governo assumeva sempre più il volto di una dittatura: e almeno fosse stata stabile, invece ogni giorno cambiava e ricominciava da capo, senza sosta. Le decisioni dei magistrati sembravano quelle dei mentecatti, il loro cervello era schiavo della paura di un uomo solo; quando i giudici si trovavano davanti a tesi contrastanti, non erano certo l’equità e la legge a dettare i loro verdetti”.

Come ci si può difendere da una siffatta situazione?

Semplice. Un sistema, statuale o associativo che sia, funziona solo quando sono rigorosamente applicati alcuni principi di civiltà che possono così riassumersi: i giudici facciano i giudici e i governanti facciano i governanti; i testimoni seguano la propria coscienza e dicano la verità (guai a loro se recitano la “verità” voluta da altri); chi è processato si presume innocente fino a sentenza definitiva; la carcerazione preventiva (così come ogni altro potere inibitorio in via anticipata di diritti personali) è un’eccezione e come tale va applicata con moderazione, perché così vuole la legge; deve essere mantenuto fermo e saldo il principio della divisione dei poteri e quindi il potere esecutivo non si deve intromettere in quello giudiziario (e viceversa).

Se tutto questo non accade, non solo si compie violenza verso un uomo o una struttura sociale (o, ripeto, associativa), ma si crea un vulnus allo stato di equilibrio dello spirito dell’uomo e della convivenza sociale che deve essere eliminato, così da ripristinare l’Armonia.

Di fronte a una così aspra e violenta degenerazione, non può dunque che tornare di attualità e applicazione il monito del Salvatore: “… tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada”.

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