Cognome singolo o cognome doppio (o triplo o quadruplo o …)?

In questi giorni si sta molto discutendo, come al solito con toni accesi e con parossismi sociologici, filologici e filosofici, sulla recente sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto discriminatorie e lesive dell’identità del figlio le regole ordinamentali attuali che attribuiscono automaticamente il cognome del padre.
La questione è spinosissima e sino alla lettura della motivazione della sentenza è meglio non pronunciarsi. Tuttavia, l’occasione è propizia per comprendere perché è necessario che ciascuno sia dotato di “cognome”.

“Solo il nome giusto dà a tutte le creature e a tutte le cose la loro realtà” diceva Michael Ende, ne “La Storia Infinita”.
La Genesi stessa ci insegna che dare un nome alle creature è un gesto da non sottovalutare: ne conseguono responsabilità e potere su di esse.
Uscendo da questi ambiti veterotestamentari e letterari, resta di fatto l’uso pratico dell’atto di nominare le persone e le cose: il riconoscerle tra la moltitudine.

Questo è ancor più vero se le creature in oggetto sono gli uomini, per i quali, per praticità burocratica, si è scelto di indicare anche un cognome ad accompagnamento e completamento del nome. La pratica di attribuire alle famiglie un elemento nominale e distintivo pare risalga addirittura al II millennio a.C., ideato nella Cina dell’Imperatore Fu Xi come espediente pratico per riconoscere più agevolmente i nuclei familiari da registrare con i censi periodici.

Facciamo un salto temporale per approdare nell’Antica Roma del 650 a.C., dove si stabilì gradualmente l’utilizzo di un sistema binomiale per identificare gli individui, composto da un nomen gentilicium, ereditato dalla propria gens di appartenenza, e da un praenomen, un “nome” distintivo per ogni singolo membro della gens.
Nel periodo Repubblicano si andò cristallizzando la pratica del cognomen, che poteva derivare da innumerevoli casistiche: fisiche o qualità, mestiere, luogo di nascita, un semplice oggetto, un avvenimento storico e militare di rilevanza intrinseca e così via.
Fu poi con il Concilio di Trento del 1564 che la Chiesa decise di mettere ordine definitivamente a tanta varietà di metodologie: il cognome divenne obbligatorio sia per i nuovi nati che per tutti gli atti registrati nei libri parrocchiali.

Dunque, la storia insegna che agli uomini un solo nomen non basta: ci vuole anche un cognome. E perché no, anche due, o tre, magari. Usiamolo questo inchiostro nelle firme, suvvia!

L’importante è non cadere nel ridicolo ed evitare di impersonare un tizio creato dallo scrittore Carlo Dossi, che argutamente scriveva: “Certo professore dell’Università di Bologna, d’origine veneziana e chiamato Bottèr (bottajo) s’era di motu proprio intedescato, preponendo l’accento, e si faceva chiamare Bòtter. E così credeva nobilitarsi il cognome”.

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