È giusto dare a “Cesare”?

A una insidiosa domanda dei maliziosi farisei, che gli chiesero se fosse lecito o no pagare le tasse a Roma, Gesù Cristo, dopo averli definiti ipocriti, così disse loro: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio».
L’assunto da cui muovere in questa breve riflessione è il seguente: non pagare le tasse è illecito e immorale.

Certo, è provato da studi ed esperienze consolidate che la violazione del dovere di concorrere alle spese pubbliche da parte del consociato può conseguire sia alla sua scarsa o, peggio, inesistente coscienza civica, sia all’elevatezza della pressione fiscale a cui il consociato è ingiustamente sottoposto, che può trasformare il tributo in uno strumento economico-giuridico d’espropriazione del frutto del suo lavoro.

Va quindi sicuramente ricercato e perseguito un punto effettivo di equilibrio tra “Cesare” (lo Stato) e i suoi “figli” (i consociati – contribuenti), ma l’evasione fiscale deve essere combattuta ed estirpata perché, oltre a costituire la rottura del vincolo di solidarietà e lealtà minimale che lega fra loro i consociati ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, si risolve anche in una forma di sleale concorrenza ad evidente danno di coloro che, agendo nel pieno rispetto della legalità contributiva, versano nell’impossibilità di praticare condizioni analoghe ai loro concorrenti evasori.

È perciò dovere dello Stato e di ogni buon governante di ricercare il punto di equilibrio e di far pagare al cittadino – consociato solo quanto è effettivamente giusto, ma i metodi e le azioni di evasione fiscale illegali e/o disonesti devono essere rifiutati e chi li pone in essere merita di subire il disvalore personale e sociale che ne consegue.

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