I fatti restano…

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una dichiarazione di Raffaele Cantone, Procuratore della Repubblica di Perugia, il quale, a conclusione di un processo ad un notissimo imputato (suo ex collega) che aveva appena “patteggiato” la pena, ha dichiarato sibillinamente: “I fatti restano”.

La frase del Procuratore mi ha davvero colpito perchè esula dal burocratico linguaggio leguleio e penetra nella carne viva della sostanza, possedendo la non comune qualità di farsi capire anche da chi non ha la laurea in giurisprudenza.

Cosa ha voluto dire Cantone nel caso di specie?

Che al di là di un esito giurisdizionale dovuto all’applicazione di riti alternativi o di fenomeni prescrittivi, che ovviamente deve essere rispettato da tutti sotto l’aspetto legale, ci sono casi in cui le responsabilità etiche derivanti da una condotta dolosa e non licea rimangono intatte e devono essere considerate come qualificanti dell’indole dissennata di chi l’ha realizzata.

Al di là del diritto, questo pacifico principio etico vale soprattutto nella vita sociale, culturale, lavorativa, economica e politica di qualunque Paese e di qualsiasi persona.

Sopratutto quando si ambisce a candidarsi in posizione di vertice in politica, nelle aziende di Stato, nella Pubblica Amministrazione e persino in associazioni che per tradizione, storia e numero di iscritti rappresentano un riconosciuto “corpo” sociale o spirituale, non basta essere “esenti” da responsabilità legali ma è necessario possedere un quid preciso, cioè quella dirittura morale ed etica che fa sorgere il vincolo fiduciario con gli elettori o con gli iscritti e che fa dire a ciascuno di loro: “io di questa persona mi posso fidare”.

Ecco dunque cosa, a mio parere, ha voluto dire il Procuratore Cantone.

La locuzione “i fatti restano” richiama il principio intangibile e incoercibile di eticità che deve caratterizzare ogni persona che ha l’ambizione di candidarsi a una posizione di vertice, anche perchè, in caso contrario, la conoscenza da parte del corpo elettorale o del soggetto munito del potere di nomina dei fatti e degli atti che pacificamente provano la sua dissoluta spregiudicatezza comporta un inevitabile giudizio di colpevolezza etica che pone una pietra tombale sulle dissennate ambizioni di chi ha molto peccato e non può certo ambire a rappresentare una comunità.

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