Il baro

Michelangelo Merisi, noto come “Caravaggio”, nel 1594 rappresentò mirabilmente la figura del baro.

Molto bello è anche il dipinto del 1645 del pittore francese Georges de La Tour, chiaramente influenzato dalle figure picaresche del Caravaggio.

Come tutti i truffatori e gli imbroglioni, specie se di effimero successo, il baro, nonostante le condanne apparenti e di circostanza, ha esercitato nel corso del tempo una forza attrattiva notevole sugli spiriti più fragili e meno propensi al sacrificio del lavoro ed al valore dell’etica, che si sono avvelenati ingurgitando una mistura composta da fascino e desiderio emulativo.

Purtroppo, pure al giorno d’oggi il baro suscita spinte di ammirazione e copiative in ogni campo umano, anche al di fuori di quello eletto del tavolo da gioco.

Del resto i grandi pittori, al pari dei poeti, degli scrittori, dei filosofi e di tutti coloro che si occupano dell’uomo e del suo spirito, hanno tratto ispirazione proprio dalle sue virtù, tante, ma anche dai suoi vizi, altrettanti o forse di più, traducendoli in immagini, versi, lettere, pensieri e sculture che sfidano l’eternità e comunicano una precisa morale: mai fidarsi del baro!

Chi trucca le carte, chi le imbroglia, chi briga a danno di altri mistificando la realtà e lordando la verità, chi afferma, con lingua biforcuta, di “non vendere sogni ma solide realtà” – come declamava suadentemente una nota pubblicità immobiliare di qualche anno fa – non è furbo, non è più intelligente degli altri, ma è solo un cialtrone che gioca sporco.

Fortunatamente la malattia del baro non è contagiosa ed ha una cura efficace e ad effetto immediato.

Basta riconoscere l’imbroglione e tenerlo lontano da sé. E soprattutto evitare di fargli da complice.

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