Il “carcere” è luogo di giustizia, non di vendetta

Ero certo che i temi “carcere” e “funzione rieducativa della pena” avrebbero generato opinioni appassionate, accese e diverse.
Però, specie quando si è convinti della propria opinione e in buona fede, anche per il proprio vissuto personale e familiare, proprio di temi così difficili e potenzialmente divisivi bisogna discutere senza timore per contribuire alla formazione di una effettiva e specifica coscienza civile, che sia il risultato di una operazione proficua di armonizzazione degli opposti e non di una arida contrapposizione tra “guelfi” e “ghibellini”.

Quindi, visto che il tema è caldo, ritengo necessario tornarci e ribadire un precetto fondamentale, che ha una portata simultaneamente giuridica, sociale e filosofica.
L’art. 27 della Costituzione Repubblicana così recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Questo è l’inamovibile punto di arrivo che i padri costituenti hanno pensato e sancito nella Carta fondamentale: questo principio indica la via maestra, non è derogabile e deve essere rispettato!
Del resto, la questione “carcere” (che in realtà è il problema della condizione dell'”uomo”, cioè sia di colui che ha sbagliato, sia di colui che ha il dovere e il merito di custodirlo e rieducarlo) non può essere istintivamente dibattuta in un’ottica di contrapposizione, di bianco e nero, di luce e buio.

Parlare di “carcere” e di “funzione rieducativa della pena” non significa dividersi tra chi parteggia per Abele e chi parteggia per Caino.
Quest’ottica miope ed erronea di contrasto rende il carcere un luogo “dannato”, una sorta di terra infernale a cui si accede dopo avere attraversato la porta carraia, cioè un simbolico fiume Acheronte che separa il mondo dei “buoni” da quello dei “cattivi”.
Attenzione, lo dico chiaramente in modo da evitare fraintendimenti: io non tifo per Caino e tengo in altissimo conto il sacrificio di Abele (la distinzione è chiara: Caino è il carnefice e Abele la vittima), però anche nei testi sacri non c’è scritto solo: “Occhio per occhio, dente per dente”, ma pure: “Il Signore pose su Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”.

Qual è la conclusione?
Che “Nessuno tocchi Caino” vuol dire giustizia senza vendetta.
Ecco dunque la vera funzione del “carcere”: è un luogo di giustizia e non di vendetta in cui “non si butta via la chiave” ma si aiuta l’uomo, con umanità e severità, a rieducarsi e perciò a riconoscere e pagare per il proprio errore sia verso la vittima del reato, sia verso la società.
Anche così si onora Abele e lo si rende imperituro esempio di coraggio e di civiltà, sopratutto per Caino.

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