Il falsario e l’imitatore

Cesare Brandi, nella sua “Storia del Restauro”, ha tracciato i confini esatti del falsario e dell’imitatore nel mondo dell’arte.
Il falsario è colui che realizza un falso, cioè una contraffazione dolosa con lo scopo di ingannare l’interlocutore intorno all’originalità dell’opera, all’epoca e all’autore.
L’imitatore è colui che imita, cioè che, non avendo idee proprie, prende ad esempio un’altra opera e ne riproduce lo stile e la tecnica.

I falsari e gli imitatori esistono da sempre, purtroppo. E scorrazzano anche al di là del loro tradizionale terreno di caccia.
Ed infatti, in ogni luogo e formazione sociale in cui l’essere umano svolge la sua personalità ci sono dei falsari e degli imitatori, pure del pensiero e della parola.

Si tratta di figure di infima consistenza che, per l’appunto, agiscono con dolo o per realizzare, attraverso la contraffazione o l’imitazione, i propri fini materiali o per soddisfare il proprio ego malato (di gelosia, accidia, vendetta o di altro ancora) o, ancora più poveramente, per senso consapevole di irreversibile mediocrità (quindi, in preda all’umano, ma davvero deformante e orribile, sentimento di invidia che l’incapace inerte e posseduto dalmale nutre verso il capace volenteroso e intriso di Bene).

Trattandosi di figure miserabili di cultura e di spirito, ci sono solo due cose da fare quando si ha la mala ventura di incontrarli: ridere compiaciuti della loro disperazione di mente e di cuore e volgere lo sguardo sempre e solo verso l’opera o il pensiero originale che vogliono falsare o imitare.
Solo l’originale è verità e fonte di ispirazione. Il resto è volgarità.

In conclusione, ritengo che anche ai falsari e agli imitatori dell’opera, del pensiero e della parola altrui pensava l’Alighieri quando scriveva: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

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