Il pericolo nucleare: il pensiero di Einstein e Russel per il futuro dell’umanità

La guerra che da oltre un mese sta mietendo vite innocenti è stata l’occasione propizia per molti analisti e commentatori di riportare l’attenzione delle opinioni pubbliche sul pericolo nucleare.
Partiamo da un dato pacifico: per # distruggere l’umanità basterebbero cinquanta bombe termo-nucleari, volgarmente dette bombe atomiche.
Nel mondo, peró, le atomiche non sono 50 ma circa 15.000 e, tranne qualche centinaio non più utilizzabile, sono molte migliaia quelle “pronte all’uso”.
La domanda sorge spontanea diceva qualcuno: se per distruggere la vita sul Pianeta bastano le prime 50 bombe, che ce ne facciamo delle altre 14.950? Le vogliamo lasciare in eredità? Ma in eredità a chi visto che non ci sarebbero sopravvissuti e che si tornerebbe all’età della pietra?
La risposta è che abbiamo speso in pochi decenni migliaia e migliaia di miliardi per costruire un arsenale distruttivo che mai potrà usato e per tenere confinate le bombe nei loro sarcofagi (ricordiamo: bastano le prime 50 bombe ….).
L’ironia intelligente e la psicoanalisi possono aiutare a comprendere cosa si nasconde dietro questa forma perversa di collezionismo: il collezionista, specie quello compulsivo, agisce con regole diverse da quelle ordinarie e per lui non valgono i normali criteri di razionalità e utilità. Per carità, nulla di illecito, ciascuno fa collezione di cosa vuole, peró non è la stessa cosa accumulare orologi o bombe atomiche.
Nel 1955 Bertrand Russel e Albert Einstein rivolsero un appello ai “Grandi della Terra” intorno alla proliferazione degli armamenti nucleari, in cui affermarono: “Vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare sul pericolo di estinzione che state facendo correre alla specie biologica che è l’uomo”.
Pensiero nitido, attualissimo e purtroppo inascoltato.
Speriamo dunque in un futuro prossimo in cui i “Grandi della Terra” inizino a ragionare per davvero e liberino l’uomo dallo spettro dell’estinzione per sua stessa mano.

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