Il peso della decisione

Decidere rappresenta sempre un azzardo, così come scegliere espone a continui rischi, ma nessuno può evitare del tutto questa condizione esistenziale, spesso decisamente scomoda. La vita ci obbliga continuamente, che lo vogliamo o no, a prendere decisioni e a operare scelte, le cui conseguenze si riflettono nella nostra psiche e, in taluni casi, anche nella nostra situazione patrimoniale, con conseguenze a volte esiziali.

Decidere significa scegliere e chi deve prendere una decisione deve essere in grado, in primis, di gestire le proprie emozioni più primordiali, la più importanti delle quali è la paura, cioè il timor di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere impopolari, di essere esposti al giudizio degli altri.

Quando poi si decide in materie delicate o persino delicatissime, come possono essere i casi di un medico chiamato a curare una particolare e vitale patologia o di un giudice chiamato a decidere sulla libertà di un essere umano o sul suo futuro patrimoniale o su un suo diritto soggettivo che può essere violato in via permanente, oltre a dosare la paura il decisore deve gestire anche la pressione che può derivare da fattori oggettivi o soggettivi, come ad esempio le indebite ingerenze che il più forte (cioè chi detiene il potere) esercita con durezza e anche in preda a crisi di lucidità, di vero e proprio panico (perché sa bene che sta per perderlo).

E allora, il povero decisore, sballottato tra i marosi della paura e della pressione, come si deve difendere e cosa può fare? La risposta è semplice, assai semplice: la paura deve allontanarla ricorrendo alla legge morale, ossia alla sua coscienza, avendo cioè sincera e piena consapevolezza di dover fare la cosa giusta. Alla pressione, invece, si sottrae ricorrendo alla norma (o alla scienza o alla tecnica) che regola il caso concreto e che è pensata e creata prima che esso accada, la quale non può essere piegata da nessuna forza umana perché, per sua natura, è uguale per tutti e tutti ne sono soggetti. La norma è invincibile.

Se il decisore applica esattamente la legge morale che abita nelle sue viscere e la legge vivente che regola la convivenza civile, allora avrà fatto la cosa giusta. Viceversa, il peso e le conseguenze saranno per lui insopportabili.

Concludo dicendo che io, per mia natura e per vocazione professionale, ho fiducia nel decisore e perciò, come essere umano e come cittadino, ho diritto ed esigo che la decisione sia libera e giusta, cioè scevra da paura e pressione. Solo se sarà così potrò accettarla, mentre, in caso contrario, lotterò con tutte le mie forze per cambiarla e per chiamare alla sua responsabilità il decisore che ha agito cedendo alla paura e alla pressione.

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