La “furia iconoclasta”

Dopo l’assassinio di George Floyd negli Stati Uniti d’America e l’abbattimento delle statue di personaggi ritenuti “razzisti”, il gruppo “I Sentinelli” di Milano ha chiesto al Sindaco Sala la rimozione del monumento dedicato ad Indro Montanelli, sostenendo che il grande giornalista ha avuto un passato colonialista e da giovane sottotenente in Abissinia ha “ridotto in schiavitù” una ragazza minorenne per scopi sessuali.
Pur manifestando tolleranza verso questa idea del gruppo “I Sentinelli”, voglio da subito “sgombrare il campo” e dichiarare la mia totale contrarietà nei riguardi della richiesta di rimozione di questo manufatto commemorativo (e ciò senza entrare nel “merito” della ragione fondante l’istanza).
Per un’analisi seria, pur se stringata, del fenomeno che in questi giorni dagli Stati Uniti si sta espandendo nell’intero globo terracqueo, alla velocità di un novello, ma altrettanto insidioso, virus pandemico, per meglio comprendere la negatività e pericolosità della furia iconoclasta bisogna muovere dal significato letterale della parola “monuménto” (ant. moniménto), che si origina dal latino “monumentum” che significa «ricordo», derivazione di “monere”, cioè «ricordare». Il monumènto è dunque un segno che in un certo periodo storico è posto a ricordo di una persona o di un avvenimento.
Chiarito il significato della parola, si può passare all’analisi del fenomeno.
L’opera di cancellazione della storia è sempre un serio pericolo, dal momento che proprio la memoria del passato diventa la base su cui costruire il presente e un futuro diverso.
C’è chi ha scritto che il problema non è tanto se le statue vengono o meno giù, ma il dibattito che tutto questo suscita nelle coscienze del presente. Chiediamoci: saremmo disposti a rinunciare alla Colonna Traiana, capolavoro dell’arte romana, per via delle stragi dei Daci, gli antenati dei romeni, per le scene di guerra e di distruzione, per i villaggi dati alle fiamme, per l’accumulo di armi e morti? Certo, da quei massacri ci separano oltre duemila anni, e tuttavia il problema etico resta.
Neppure Cristoforo Colombo è stato risparmiato dal virus iconoclastico, dal momento che a Richmond in Virginia la sua effigie è stata abbattuta ed a Boston decapitata. Ma è giusto che la furia revisionista addebiti al navigatore genovese, che ha avuto l’immarcescibile merito di scoprire il “mondo nuovo”, i massacri dei popoli natii che sono stati compiuti da altri e postumamente alla sua scomparsa?
Così ragionando e soprattutto facendo la furia iconoclasta si salda alla damnatio memoriae e questa, purtroppo, può diventare una colpa del presente, dell’uomo di oggi.
A uno studioso di visual studies come Nicholas Mirzoeff, che incita ad abbattere tutti i monumenti, si contrappongono le voci di chi non crede sia giusto dimenticare quanto è accaduto nel passato e ritiene che non sia con questi gesti che si risolvano problemi come il razzismo e la diseguaglianza sociale.
Come ha notato lo studioso americano di antropologia Lawrence A. Kuznar, si tratta del tentativo di esorcizzare il potere che hanno per noi le immagini, mentre resta il problema del senso che noi diamo oggi a queste statue: le possiamo venerare o detestare, onorarle o ridicolizzarle. Dipende solo da noi.
Proviamo a immaginare se, per un improvviso cambiamento politico e sociale, la figura di Giuseppe Garibaldi diventasse il simbolo negativo della conquista nordista del Sud, e non quella dell’eroe dell’Unità d’Italia. Si dovrebbero cancellare le dediche di migliaia e migliaia di vie e togliere dalle piazze italiane centinaia di statue. Sarebbe giusto? Il popolo lo vorrebbe? Io penso proprio di no.
La saggezza ci insegna che non si può giudicare con gli occhi, con il sentimento e soprattutto con il pensiero e la cultura dell’uomo di oggi l’operato di coloro che hanno agito e vissuto in epoche passate e ormai molto lontane; non commettiamo l’errore gravissimo di decontestualizzare dal loro tempo i fenomeni, i fatti, le gesta e le vite dei protagonisti della storia umana.
Questo, sia chiaro, non significa essere indulgenti con coloro che ci hanno preceduto o non poter qualificare come crimini i fatti che tale natura hanno avuto (per essere più chiaro, i crimini fascisti, nazisti e comunisti restano crimini, pur se applichiamo il filtro delle contestualizzazione storica, sociale e culturale), ma occorre usare saggezza ed equilibrio specie nei riguardi di coloro che, pur a fronte di pochi comportamenti oggi ritenuti non conformi al pensiero e alla cultura del presente, hanno avuto grandi meriti nel difendere idee di libertá e di progresso. Pensiamo ad esempio a Winston Churchill che, da solo, fino all’intervento americano, si erse a difesa dell’Europa contro la dilagante e feroce barbarie nazifascista.
Resto convinto che la storia del passato non si possa e non si debba cambiare, ma si debba studiare ed insegnare, mentre nel presente è solo la lotta politica che serve a cambiare lo stato delle cose.
La diseguaglianza razziale, che ancora oggi è un problema rilevante e che per questo induce a reazioni così forti, non si risolve abbattendo le statue o cambiando nome alle vie, ma invece affermando chiaramente che le razze non esistono e che, invece, esistono solo etnie diverse e una sola razza, quella umana, che rende tutti gli uomini eguali, uniti e fratelli.

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