La Giustizia: l’interpretazione simbolica di Mario Sironi

“Non siamo qui per giudicare la storia. Gli imputati non sono archetipi socio-criminologici, ma persone in carne e ossa che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto, se si tratta di reati. Questo è l’impegno della Corte” (Angelo Pellino, Presidente della Corte d’Assise di Palermo nel processo sulla c. d. “Trattativa Stato – mafia”).

Non intendo pronunciarmi sull’esito processuale specifico (anche se, da convinto garantista, mi rende più felice l’assoluzione che la condanna, pur con la consapevolezza che la giustizia umana, per suo insuperabile limite naturale, può essere involontariamente fallace nell’uno o nell’altro caso), mi interessa invece evidenziare il senso luminosissimo e nel contempo davvero pietrificante di queste parole: cosí deve parlare un magistrato, cosí deve agire chi, in nome del popolo italiano, amministra la giustizia.
Queste parole dovrebbero essere pronunciate all’avvio di ogni processo perchè assicurano alle parti l’imparzialità del giudice e rendono l’ambiente processuale equilibrato e non permeabile da alcun fattore, endogeno o esogeno, potenzialmente idoneo a incidere sulla attività di rigoroso accertamento della sussistenza del fatto-reato e del suo indubitabile addebito all’imputato.

Le parole del giudice Pellino riconciliano il cittadino (e il popolo) con la giustizia e conferiscono meritorio lustro al corpo della Magistratura italiana (che a causa del comportamento di pochi infedeli ha purtroppo perso prestigio e credibilità negli ultimi tempi).

Affido la conclusione di questa breve riflessione alla mano di Mario Sironi e al suo mosaico “La Giustizia” che si trova all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano, con la viva speranza che le allegorie simboliche di equilibrio, di purezza e di spiritualità rappresentate dal grande artista siano costante fonte interiore di ispirazione e di guida di chi la legge chiama a giudicare il comportamento di un Uomo.

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