La lingua italiana è bella. Ossimoro o non ossimoro?

La lingua italiana è vastissima ed è viva.
L’idioma italico è in costante espansione ed è capace di produrre continuamente neologismi, lemmi e figure retoriche coerenti con l’evoluzione del costume sociale, tanto che tra i lessemi e le loro varie forme il numero complessivo di parole supera le due milioni di unità (fonti: Luca Lorenzetti, noto linguista, e Istituto Treccani).
Tra le espressioni idiomatiche tipiche mi interessa particolarmente la c.d. “figura retorica” e, tra queste, “l’ossimoro”.
Testualmente dal Vocabolario Treccani: “L’ossimoro è una figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole che esprimono concetti contrari”. Ad esempio: concordia discordante, convergenze parallele, silenzio eloquente, tacito tumulto, ghiaccio bollente, lucida follia.
Ancora ad esempio, l’analisi semantica della locuzione “lucida follia” per lemmi separati evidenzia che la follia non può essere lucida, così come la lucidità non puó essere folle.
Ma se i due lemmi si uniscono nella espressione ossimorica “lucida follia”, ecco che si crea una nova res, ovvero una figura retorica che esprime un chiaro riferimento a una situazione di cambiamento e che fa sovente pensare alla “forza motrice” interiore che serve per andare oltre e per realizzare un’impresa ritenuta ex ante assai ardua, se non addirittura impossibile.
Dunque, sinché si resta nella regola linguistica, anche la figura retorica più azzardata è utile a rappresentare una situazione di fatto o di diritto, una emozione, un pensiero.
A volte, però, purtroppo può capitare che una persona, sopravvalutando le proprie intellettive capacità e il proprio bagaglio culturale, si auto – innalzi allo status di “esperto semantico” e si lanci in ardite, ma ahimè fallimentari, imprese di creazione linguistica.
In queste occasioni, tuttavia, si fa solo e letteralmente abuso della lingua italiana e della figura retorica di specie, le si distorce per creare ossimori che invece non lo sono affatto e l’unico risultato che si consegue è quello della creazione di veri e propri mostri linguistici.
Si pensi ad esempio all’espressione “groviglio di armonia”, oppure “groviglio armonioso”, che ne costituisce la forma volgare (da vulgata…).
Testuali definizioni dei due lemmi (fonte: Il Vocabolario Treccani):
a) “groviglio” significa gruppo di fili arruffati, nodo o ammasso intricato. L’esempio tipico è “groviglio di serpi”, oppure, in senso figurato, un insieme imbrogliato e confuso, un groviglio di notizie;
b) “armonioso” significa di piacevole effetto armonico, che produce dolce armonia; oppure, in senso figurato, ben proporzionato nelle sue parti, ben accordato insieme.

Se i due lemmi si uniscono in “groviglio di armonia” o “groviglio armonioso” non si dà origine ad una figura retorica e meno che mai ad un ossimoro, ma semplicemente ad un insieme indefinito che non ha natura e funzione di figura retorica, ma, piuttosto, esprime un accostamento semplicistico e grammaticalmente scorretto di parole che non possono essere fuse in un ambito retorico.
E infatti, cosa possono significare semanticamente, od anche solo figurativamente, le locuzioni “groviglio armonioso” o “groviglio di armonia”? Proprio un bel niente. Anzi, per dirla con “Cetto La Qualunque”, un “beneamato …”.
L’esempio di improvvido accostamento pseudo retorico denominato “groviglio di armonia” o “groviglio armonioso” in realtà produce in chi lo ascolta o lo legge una situazione di smarrimento e di confusione inestricabile, una accozzaglia concentrata di pulsioni, passioni e interessi non certo meritevoli di apprezzamento.
Cosa voglio dire con tutto questo?
Che la lingua italiana ha regole certe e solide che non possono essere piegate a nostro piacimento.
Le parole devono essere usate secondo norma, con misura ed equilibrio e non ci si puó divertire a creare lemmi, neologismi e figure senza senso e regola, a pena di fare violenza al nostro idioma, che non lo merita, e di usare brutalità anche verso il lettore o l’ascoltatore.
Chi legge o ascolta simili espressioni dal nullo significato semantico e figurato viene fuorviato e anche persino indotto a ritenere che vi sono umane situazioni (di potere e di vita sociale) talmente aggrovigliate da costituire dei veri e propri grumi di oscurità che non devono certo essere esaltati attraverso la creazione di pseudo figure retoriche e dai quali le persone serie, oneste e libere devono stare ben lontane.
La “morale” è che la lingua italiana è bella e fa bene al cuore e alla mente. Ma bisogna conoscerla e sopratutto non farle violenza.

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