La memoria non può essere considerata un “memorabilia” qualunque

Il 2022 non parte bene e non certo per colpa di un destino cinico e baro ma, al solito, per causa della cupidigia umana.

La casa d’aste “Bertolami Fine Art” ha messo in vendita, qualificandolo impudentemente come “memorabilia”, il primo volantino (in realtà un ciclostilato) con il quale le famigerate Brigate Rosse rivendicarono il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione di tutti gli uomini che formavano la sua scorta.

Non entro nel merito della liceità giuridica dell’operazione perchè non è questo il tema.

Il punto è che il documento messo all’asta non costituisce un normale “cimelio” commercializzabile al pari di un dipinto di Renato Gottuso o della Cadillac di Elvis Presley, ma è un foglio propagandistico formato da barbari assassini che volevano sovvertire con la violenza le istituzioni statuali e che ancora gronda del sangue di cinque servitori dello Stato e dell’urlo di disperazione di un uomo e di uno statista sottratto alla vita e destinato alla morte.

Non si deve mercificare il sangue e compiere operazioni meramente economiche di collezionismo macabro su documenti che, invece, devono appartenere alla collettività ed essere custoditi in luoghi aperti al pubblico dove chiunque, leggendoli, possa essere consapevole della tragedia più alta di una lunga e violentissima stagione della storia repubblicana.

Mi auguro che un coscienzioso sussulto provochi una piena resipiscenza nel “venditore” o che, in mancanza, lo Stato “batta un colpo” e impedisca la mercificazione della tragedia.

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