La morte di Barbara Capovani. Riflessioni “a caldo”

L’assassinio della psichiatra pisana Barbara Capovani, oltre alla tragicità dell’evento in se per la povera vittima e per i suoi famigliari, testimonia un problema ormai endemico del nostro tempo: la violenza contro gli operatori sanitari è una emergenza nazionale.

Sono decine ogni anno gli atti di brutalità contro i medici e gli altri operatori sanitari.

Ci sono reparti di Pronto Soccorso in certe zone d’Italia che vivono nella costante paura, specie di notte, tanto che chi ci lavora è costretto a blindarsi dentro.

Ci sono reparti ospedalieri sfasciati dalla furia violenta, animalesca e stupida di criminali, di parenti “incazzati”, di giovinastri resi fuori di testa dall’alcool o dalla droga.

Innumerevoli sono poi i medici, specie ospedalieri e specialmente di certe branche chirurgiche e neuro – psichiatriche, costretti a portare un’arma per difendersi da aggressioni dentro e fuori dai nosocomi.

E’ chiaro che la causa di questa pericolosa e vergognosa situazione (che riguarda anche molte altre categorie di professionisti e lavoratori) non è solo un deficit di sicurezza, ma anche e sopratutto culturale.

La società, pur ormai molto “avanzata” negli aspetti tecnologici e consumistici, si è purtroppo altrettanto imbarbarita e impoverita nei suoi costumi civici “minimi” e nella sua capacità di elaborare modelli di eticità da cui trarre ispirazione.

Quando io ero un ragazzo (diciamo circa 35/40 anni fa) il medico del paese, al pari dell’avvocato, del maestro, del professore, dell’imprenditore vero, del parroco, del maresciallo dei Carabinieri (e di altre categorie professionali) erano persone rispettate da tutti e ricordo nitidamente che verso di loro si provava un timore reverenziale tangibile che portava i ragazzi ad abbassare gli occhi alla loro vista e gli uomini maturi ed anziani a salutarli con ammirazione e riconoscenza.

Oggi, invece, il rispetto per queste categorie di lavoratori si è smarrito, ci si pensa e ci si propone alla pari, non si usa più il Voi e neppure il Lei, oggi ti danno subito del Tu e tanto basta.

Non ho la soluzione purtroppo, ma di una cosa sono convinto: chi cura, chi insegna, chi protegge, chi difende, chi da lavoro, chi dona gratuitamente alla società il proprio tempo, insomma chi lavora e si impegna ha diritto di avere sicurezza, stima e gratitudine sociale.

Penso che il Governo, la Politica, i Corpi sociali di spiritualità religiosa e laica, le associazioni di volontariato, insomma ogni uomo di buoni costumi e con una dose almeno sufficiente di senso civico, devono porsi il problema di come rieducare la società, a cominciare dai più piccoli, a portare gratitudine, affetto e rispetto a chi lavora e si impegna, incominciando proprio dai medici e dagli operatori sanitari di questo Paese.

Non bastano solo pene forti e poliziotti per le strade, ma occorre un radicale cambio culturale e di efficace promozione degli esempi da seguire, specie da parte dei più giovani (meno influencer, meno rapper, meno starlette, meno imbecilli televisivi, più medici, più insegnanti, più giudici, più Forze dell’Ordine, più manager, più avvocati, più notai, più ingegneri, più professionisti, più imprenditori, più artigiani, più agricoltori, più allevatori, più lavoratrici e lavoratori).

Insomma, dobbiamo elevare il Lavoro e l’Etica ad esempio autentico ed offrirli in dono ai giovani ed ai bambini in particolare, cominciando proprio dalla Sanità e promuovendo un piano nazionale di tutela effettiva della sicurezza di tutti gli operatori sanitari.

Ne va della nostra dignità di cittadini e della capacità di fare in modo che il sacrificio di Barbara Capovani non resti vano.

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