“La roba”

“Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: ‐ Roba mia, vientene con me!”.

È geniale la conclusione della novella di Giovanni Verga: Mazzarò, il servo diventato padrone, imposta la propria vita secondo la logica dell’accumulo e del possesso. Mazzarò non è padrone ma è schiavo della «roba» e la sua vita si consuma nella solitudine e si conclude nella follia di distruggere la sua “roba” perché non sa a chi lasciarla e non sopporta che gli sopravviva. La “roba” è sua, solo sua e di nessun altro.

In realtà la novella del grande verista ci insegna che nessun bene, nessuna posizione, nessuna conquista della vita terrena sono definitivamente nostri ed è perciò inutile menare il bastone a destra e a sinistra, davanti e a tergo, è inutile distribuire mazzate a compagni, mezzadri e debitori, la roba rimane sulla terra e non si porta di là.
Nella vita è dunque meglio essere l’osservatore colto, il viandante, che Mazzarò: tra la “roba” e “l’anima” è più vantaggioso scegliere la seconda perchè può essere portata di là.

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