L’apatia è l’anticamera della prigionia

Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller è stato un teologo tedesco oppositore del nazismo. Egli pagò il fatto di avere tenuto la “schiena diritta” con otto anni di prigionia nei campi di concentramento.
A lui si devono dei versi famosi, declamati in un sermone intorno alla fine degli anni 30 del novecento, che purtroppo i disinformati attribuiscono erroneamente a Bertolt Brecht.
I versi originari di Martin Niemöller recitano: «Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici, io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa».
Questi versi sono urlanti, pieni di indignazione e molto ci insegnano anche a quasi cento anni di distanza.
Nei momenti in cui il potere, qualunque natura, pubblica o privata, esso abbia, si aggroviglia su se stesso e, in un crescendo tumultuoso, si deforma fino a divenire arrogante, prevaricatore, minaccioso, violento, assassino ed infine tirannico, l’unica scelta da non fare è rimanere inattivi.
Se davanti ad una forma di potere che pratica le purghe come mezzo di condotta io scelgo l’apatia o, peggio ancora, abbasso la testa perché tanto non è toccato a me, che diritto ho poi di chiedere aiuto quando il maglio funesto arriva a percuotermi?
Davanti ad un potere che pensa di perpetuarsi con l’ingiustizia e il terrore purgando chichessia e per qualsiasi motivo, l’unico modo per contrastarlo è non essere apatici, ma reagire, denunciare, lottare, alzare la testa con fierezza e senza paura, stare uniti.
Se uomini come Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller ebbero la forza morale ed il coraggio di non piegarsi davanti ad un potere orrendo e assassino come il nazismo e lottarono fino alla vittoria, penso con franchezza che oggi, visto che fortunatamente in molte parti del mondo e nel nostro Paese viviamo un tempo di democrazia e di regole, sia enormemente più facile e meno pericoloso, se dovesse succederci di essere oggetto di atti prevaricatori e violenti o quando vedessimo che la stessa cosa dovesse capitare al vicino di casa, non girare la testa dall’altra parte, non opporre la fragile apatia al potere tirannico, ma agire, reagire, alzare la voce, lottare fino alla vittoria del diritto e della libertà negata.
Le regole esistono: invochiamole e facciamole applicare.
Mi piace concludere questo pensiero così: è vero che, come diceva Aristotele, “una rondine non fa primavera”, ma cento, mille, diecimila pacifiche rondini, quando volano e cinguettano tutte assieme, portano l’estate.

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