Le “Feriae Augusti” e la “Melancholia” di Albrecht Dürer

Qual è il modo migliore per festeggiare il “Ferragosto”? Semplice, il proprio.
Ho deciso perciò di proporre un accostamento apparentemente ardito e però, a mio avviso, logico e appropriato: il Ferragosto e la “Melancholia”.
V’è un punto di partenza.
A ogni essere umano effettivamente pensante capita di essere “melanconico”, cioè di essere afflitto dalla “bile nera” (melaina kole) citata da Aristotele. Insegnava il maestro: “Tutti gli uomini veramente di rilievo, che si siano distinti in filosofia, in politica, in poesia, o nelle arti, sono melanconici”.
E proprio a questa condizione di apparente difficoltà interiore ha dato una risposta il pittore tedesco.
La “Melancholia” di Dürer non rappresenta una patologia ma uno stato di perplessità, una elevazione spirituale, una esaltazione del temperamento melanconico.
La condizione melanconica è rappresentata per quello che è effettivamente e cioè il luogo di dimora della genialità, lo stato di colui che fa azioni atipiche, ma soprattutto di colui che “fa”, di “colui che genera”, che produce.
La malinconia – che Victor Hugo definiva la “gioia di sentirsi triste” – va intesa, quindi, come condizione attiva che si nutre di emozioni che lasciano intendere dinamicità e possibilità di vita.
Ed è proprio a queste emozioni favorevoli che indulge il pittore rappresentando dei simboli esoterici di speranza a cui ognuno può volgere lo sguardo e farsi inebriare: l’arcobaleno, la cometa, le chiavi e il pipistrello. Il tutto rischiarato da una Luce che spazza le tenebre.
E allora che per ciascuno sia “Ferragosto” di Luce, di speranza, di riposo sereno del corpo e dello spirito, di affinamento della mente, del cuore e dell’anima nella fucina alchemica, produttiva e generosa della “Melancholia”.
Buon “Feriae Augusti”.

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