Le Feriae Augusti, Lucifero e l’Afghanistan

È tempo di “Feriae Augusti” e di “Lucifero” (nel senso metereologico del termine), ma l’ozio fisico non puó unirsi, pur se il bisogno è tanto, a quello mentale.

Purtroppo sono molti, troppi, i fatti che impongono di pensare, di riflettere e di parlare.

C’è la violenza incomprensibile dei Sapiens (per definirli alla “Tozzi maniera”) verso la natura, c’è la ripresa forte del fenomeno della migrazione dei popoli meno fortunati verso le mete dell’emisfero nord-occidentale, c’è la funesta perpetuazione quasi quotidiana, almeno in Italia, delle “morti bianche”, c’è la posizione di tanti (non troppi per fortuna) di abusare del principio della libertà di autodeterminazione per difendere una posizione personale negazionista (o si tratta, più umanamente, di paura della scienza?) che si traduce in una invasione dell’altrui spazio di libertà (e peró, quando con la scienza questi “Sapiens” vivono ed operano, la loro presa di posizione diventa incomprensibile, urticante e pericolosa per gli altri).

Ma, tra quelli appena citati e i molti altri che meriterebbero una menzione, vi è un fatto che sta accadendo nell’Asia meridionale nell’indifferenza di tante, troppe nazioni, ma sopratutto della coscienza civica del mondo intero.

Mi riferisco all’Afghanistan e all’ormai altamente probabile riconquista del territorio e del potere da parte dei c.d. “Taliban”.

Io ripudio la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli, però mi chiedo: che senso hanno avuto 20 anni di occupazione militare e di tentativo, evidentemente fallito vista la rapidità della riconquista, di ricostruzione delle fondamenta sociali, economiche e statuali del paese se ora le “potenze occidentali”, con gli Stati Uniti in testa e con gli europei a seguire, assistono inermi alla repentina dissoluzione dell’Afghanistan?

Che senso hanno avuto le morti di migliaia di soldati e civili, anche italiani, se il paese viene riconsegnato agli aguzzini della libertà e agli alfieri dell’oscurantismo religioso di tipo dogmatico e, infine, reso di nuovo dimora stabile di gruppi terroristici di marca fondamentalista e antioccidentale?

Che senso ha scappare via dall’Afghanistan sapendo, ad esempio, di far ricadere le donne nel dramma di un’esistenza di schiavitù esteriore ed interiore?

Proprio non riesco a capirlo e francamente, più che un “disimpegno programmato”, la fuga dall’Afghanistan mi pare un atto di codardia.

Io non voglio esprimermi sul fatto se sia stato giusto occupare militarmente l’Afghanistan (ho la mia idea a tal proposito ma è irrilevante e fuori tema esporla), peró sono certo che oggi non si deve andare via e lasciare il paese in mano al terrore ammantato di ideologia dogmatica di fonte religiosa.

Mi viene da pensare che persino un benefattore vero dell’umanità come Gino Strada, che ha lottato per i deboli ed ha concretamente lavorato al bene e al progresso dell’umanità (pur se spesso con deviazioni ideologiche personalmente non condivise), abbia voluto lasciare il mondo della carne per evitare di vedere e patire una simile disfatta.

Forse non c’è più tempo, peró penso e spero ardentemente che la resipiscenza invada il cuore e le menti di coloro che hanno il potere di agire e il dovere di tracciare le linee della politica: l’Afghanistan non deve essere abbandonato, la luce non deve essere spenta, il terrore non puó impadronirsi della vita dei bambini, delle donne e degli uomini di quel paese così tanto martoriato dalla storia.

Verrà certamente il tempo del disimpegno (quello di queste ore è un abbandono ignominioso), ma solo dopo che la politica avrà scritto la pagina della ricostruzione vera delle fondamenta del paese, in modo pienamente rispettoso delle tradizioni locali e delle specificità etniche che lo compongono, ma senza mai abdicare alla tutela del diritto dei bambini, delle donne e degli uomini afghani di poter vivere uno stato effettivo di libertà di fatto e di pensiero.

Concludo questa breve riflessione con l’auspicio che le parole del più grande poeta afghano, Khushhal Khattak Khan, possano costituire la traccia da percorrere: «Ho preso la spada per difendere l’orgoglio degli afgani, sono Khushal Khattak, l’uomo onorevole del tempo».

Buon Ferragosto a Voi tutti.

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