L’emigrazione e il sentimento di ricongiunzione

La speranza per Corrado Alvaro

La terra natia è come la mamma: da essa si nasce e ad essa, pur se lontani, si torna, magari non con il corpo ma sicuramente con lo spirito.
La sensazione di malinconia verso la terra materna, che da dolce e suadente a volte diviene insopportabilmente amara, accompagna coloro che, per un motivo o per un altro, sono portati a vivere lontano la loro vita. E da questo sentimento non sono certo escluse le genti meridionali del nostro Paese, che, pur se sparse a milioni per il mondo, conservano un legale ancestrale con la terra natia.

Il bisogno della ricongiunzione, che non è solo ideale ma è carnale, è stato scolpito mirabilmente da Corrado Alvaro, scrittore calabrese (natio di San Luca), antifascista, meridionalista ed esponente di spicco della letteratura italiana della prima metà del novecento. Le sue parole, apparentemente struggenti, sono un inno alla speranza.

«Il calabrese, dopo essere stato all’estero e vissuto molti anni lontano dalla sua terra, torna al suo paese e prova un brivido davanti a una povera ragazza seduta sulla soglia della porta. Lo sguardo di lei, la sua fissità, la stagione unica d’una donna come quella, che dura appena qualche mese, nel pieno fiore dell’innocenza e nel forte dell’istinto di piacere, lo inducono a troncare la sua vita di prima riducendosi per lei in questo paese. Carnalità, consanguineità, razza, tradizione. P., che è ricco forse di tremila ettari di terra in Calabria, che conosce il mondo, che ostenta un cinismo, mi dice che vorrebbe morire vegliato da una donna del suo paese in Calabria, come nacque da una di quelle».

(da “Quasi una vita”, Premio Strega del 1951)

Condividi questo articolo...

LinkedIn
Facebook
Twitter
WhatsApp
Email