L’idea di Verità

Ci sono tanti modi di intendere la Verità e innumerevoli sono stati i tentativi di definirla. Nessuno di loro è più giusto o più sbagliato, perché il concetto di Verità non può avere una concezione assoluta e si piega alla natura umana, alla contestualità del tempo e alla Storia.
Voglio proporre una riflessione forse non innovativa, ma ancorata alla mitologia greca, che risiede nella contesa tra Achille e Ulisse.
Il primo era l’eroe biondo, il giovane guerriero feroce come il leone ed espressione di una Verità senza secondi fini e che per questo suo ardore trovò la morte nel ventre delle mura troiane.
Il secondo, invece, era l’eroe multiforme come il polpo, il calcolatore che con l’inganno vinse la fiera resistenza troiana, sopravvisse alla guerra e fece ritorno ad Itaca.
I due eroi incarnano modi di vivere contrapposti, che il più delle volte confliggono tra loro.
Dopo il tradimento di Agamennone, in occasione del tentativo suadente di Ulisse di convincerlo a tornare a combattere, Achille ebbe a dire: “Mi è odioso quanto il portone della casa di Adès chi nasconde dentro di sé una cosa e ne dichiara un’altra”. Il destinatario di queste parole era solo apparentemente Agamennone, ma in realtà egli si riferiva ad Odisseo, alla sua intelligenza elastica e multiforme, per il quale la menzogna non era tale se portava alla salvezza (non è così che fu vinta la guerra di Troia? Non è così che salvò lui stesso e i suoi compagni dalla furia assassina di Polifemo?).
E dunque dove si nasconde la Verità, nella superiorità morale di Achille o nella intelligente furbizia di Ulisse? La Verità sta nell’impeto di Achille o nel calcolo di Ulisse?
Certo, quest’ultimo inganna, però mai viene meno alla sua fedeltà per Penelope, per Telemaco, per il vecchio padre Laerte, per l’amatissima Itaca.
Forse Ulisse non rinunciò alla vita immortale colma di piaceri offertagli dalla dea Calipso per riprendere il mare minaccioso e sfidare il dio Poseidone?
In realtá i due eroi vivono il loro tempo in modo antitetico: l’uno si immerge nel presente, non pensa al domani e sguaina la spada per guadagnarsi il ricordo immortale; l’altro soppesa, ragiona, si inventa il tranello del Cavallo, scruta l’orizzonte e progetta il futuro.
Ma entrambi vivono fino in fondo la loro condizione umana e per questo sono eroi. Entrambi vivono la loro condizione mortale e rifiutano la guerra assassina. Il mito ce li consegna entrambi come renitenti alla leva: Odisseo si finge pazzo, mentre Achille si nasconde dietro abiti femminili.
I due eroi rappresentano poli opposti, inconciliabili, ma necessari l’uno all’altro: entrambi esprimono la finitezza della condizione umana, la mortalità, che rende ogni scelta definitiva ed irreversibile, ogni conquista fragile e preziosa.
Proprio in tempo di Covid-19 questa rivelazione si dimostra più preziosa che mai: l’eroe è tale non perché assume di essere un superuomo eccezionale, un essere invincibile, ma perché non si sottrae alla paura e al pericolo, e perché comprende che la menzogna più grave sarebbe quella di non mettersi in gioco per la paura di perdere. Anzi, è proprio di questo timore egemone nella nostra società della performance che occorre avere paura.
Achille ed Odisseo, la ferocia e l’inganno, la spada e l’intelligenza, rappresentano entrambi eroi veri in cui risiede la Verità, perché assieme forgiano un’unica idea di Verità, quella di affrontare la vita senza riserve e con la piena consapevolezza della finitezza della condizione umana.

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