L’ipocrisia

“Mi è odioso quanto il portone della casa di Ade chi una cosa nasconde dietro di sè e un’altra dichiara. Io invece intendo parlare chiaro: secondo me è meglio” (Iliade, IX).
Così il prode Achille risponde al furbo Odisseo quando il re di Itaca prova a convincerlo a tornare a combattere dopo lo sgarbo di Agamennone.

L’ipocrisia è un atteggiamento mai passato di moda, che letteralmente significa fingere, recitare, sostenere una parte. In certi ambienti, magari agiati, l’ipocrisia pare essere l’unico modo per mantenere i privilegi e persino per accrescerli.
Invece, laddove c’è sofferenza o si è costretti a lottare per ogni cosa e per la sopravvivenza propria o dei propri cari, sono davvero esigui gli spazi per l’ipocrisia, per l’incoerenza.

È difficile scorgere l’ipocrisia nell’abbraccio di una mamma, nel sorriso di un nonno, nell’affetto di un vero amico, di un fratello.
Non è un caso che proprio Dante si affida all’amore per vincere l’ipocrisia: “Ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura” (Inferno, XI).

Ma qual è il contrario di ipocrisia? La risposta ovvia è sincerità, ma forse più ancora vale la semplicità, che è parente stretta di umiltà. Quella che permette di incontrare l’altro senza pregiudizi e senza presunzione, che libera le energie necessarie per condividere il bene e costruire un mondo più vivibile, più libero, più fraterno e solidale.
Un mondo in cui, per parafrasare “al contrario” Pirandello, si possano incontrare poche maschere e tanti volti.

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