“Mi dispiace, ma io sò io e voi non siete un cazzo”

La celebre frase pronunciata dal Marchese Onofrio del Grillo, magistralmente interpretato dal grandissimo Alberto Sordi, trova la sua fonte poetica nel sonetto “Li soprani der monno vecchio” di Gioacchino Belli.
Il testo è altamente significativo:

“C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbugiaroni, e zzitto.
Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo!”.
Co st’editto annò er Boja per ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: “È vvero, è vvero!”

A parte la nota frase riportata nel titolo, le parole che mi hanno particolarmente colpito sono: “Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto”.
In sostanza la critica del poeta è rivolta al popolo romano, che accetta i soprusi con fiducia, come se non avesse alternative di riscatto.
È invece chiaro l’intento velato e “stimolatore” del poeta: servono uomini liberi e forti capaci e volenterosi di lottare contro l’oppressione e contro la volontà dispotica del Re-tiranno, che vuol fare diritto lo storto e storto il diritto, cioè agire secondo il proprio arbitrio e insindacabile piacimento.
Chi è costretto alla lotta però deve essere consapevole di “portare la croce”, di sacrificarsi per se e per gli altri, senza chiedere aiuto a chi non è in grado di darlo e infondendo coraggio ai tanti, tantissimi spiriti puri che hanno bisogno di un esempio da seguire.
Il sacrificio della tenzone, se fatto per una causa giusta, è riconosciuto e applaudito dal popolo, che da pecora mansueta puó trasformarsi in famelico predatore.
Ed è questo che il tiranno teme più di ogni altra cosa, l’ira del popolo, l’ira dei giusti.

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