No, non sono “Talibuoni”

Prima che l’eco e l’indignazione si affievoliscano, voglio dedicare ancora una riflessione alla tragedia afgana.

Contrariamente a quanto in modo improvvido e persino puerile ha affermato un ex premier italiano, con i ri-novelli padroni dell’Afghanistan non si puó e non si deve dialogare perchè non sono affatto “buoni” (nè moderati, nè aperti) ma rimangono solo degli spietati alfieri di un oscurantismo primordiale barbaro e liberticida.
I tragici eventi di questi giorni, la cui paternità pesa e peserà come un macigno sulla coscienza dei paesi occidentali e sugli USA in particolare, sono una testimonianza efficacissima della disperazione che si è impadronita del popolo afgano: quando una madre si stacca dalla propria carne e la affida alle mani di uno sconosciuto soldato per sottrarla alle spire della notte, cos’è se non cupa disperazione?

Grande e particolare preoccupazione è poi concentrata sulle conseguenze che questo terremoto porterà nella vita delle donne. Benché i Talebani abbiano assicurato di non voler usare violenza contro di loro, le più giovani rischiano di essere date in sposa ai soldati come bottino di guerra e tutte le altre rischiano di vedere cancellati i loro diritti, anche quelli più basilari, come lavoro e istruzione.

Essere donna oggi in Afghanistan significa convivere con la paura e al tempo stesso con la convinzione di dover lottare, proprio come ha intenzione di fare Zarifa Ghafari, sindaco della città ultraconservatrice di Maidan Shar (città di 35.000 abitanti nella provincia di Maidan Wardak).
Importanti le sue parole che trasudano di coraggio: “Sono distrutta. Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire”. E ancora: “Penso che ci sia un futuro per questo Paese”.
Di fronte a tanto coraggio ed anche a tanta speranza per il futuro non possiamo che restare ammirati e sopratutto agire, ciascuno secondo le proprie possibilità, affinchè la luce dell’attenzione su questo martoriato paese non si spenga.

Speriamo proprio che l’esempio di Zarifa Ghafari illumini le teste e i cuori degli “studenti barbuti” (come amano autodefinirsi) e li aiuti a rammentare il significato teorico e pratico dell’insegnamento religioso, laico ed esoterico – iniziatico che si condensa nel principio: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
Questa regola non figura nel Corano ma nella cosiddetta Sunna, cioè tra i detti e i fatti del Profeta dell’Islam raccolti dalla memoria di più garanti e messi per iscritto grosso modo due secoli dopo la predicazione coranica, un esempio di fede e di comportamento che il credente musulmano è tenuto a imitare. In particolare, essa compare nelle due raccolte canoniche di Bukhârî (m. 256 dell’egira/870 d.C.) e di Muslim ibn al-Hajjâj (m. 261/875).

“Ama il prossimo tuo come te stesso”, se i Talebani fossero in grado di comprenderlo e seguirlo il paese degli aquiloni non sarebbe avvolto dal buio ma sarebbe irradiato dal sole della speranza, dalla luce della ragione e dal vento caldo del cuore, la casa dello Spirito.

Condividi questo articolo...

LinkedIn
Facebook
Twitter
WhatsApp
Email