Oggi la Bandiera Italiana si abbruna a lutto

Sono quarant’anni esatti dall’eccidio palermitano in cui, per mano della mafia stragista capitanata da Totò Riina, persero la vita il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di polizia Domenico Russo (padre di due figli piccoli e marito di una giovane donna, il quale morì dopo 12 giorni di agonia).
Fu un gesto di sfida contro la Repubblica, contro l’Arma dei Carabinieri, contro un Eroe del nostro tempo, fiero e autentico protagonista della vittoriosa stagione della lotta ingaggiata dallo Stato contro la barbarie terrorista.
Ma quell’eccidio, a cui purtroppo seguirono altri, fino al culmine segnato dagli attentati del 1992 e del 1993, fu anche l’inizio di una più efficace strategia di contrasto alle organizzazioni mafiose e di nascita di un sentimento civico di rigetto e insofferenza verso la mafia.

Proprio questa è l’eredità del Generale e degli altri martiri che perirono con lui: non rinunciare al sentimento di sdegno e di rifiuto verso le mafie, non rinunciare all’etica personale, non rinunciare alla fedeltà verso le Istituzioni, dare speranza a chi l’ha persa e dimostrare concretamente ai giovani che la cultura della sopraffazione e della prevaricazione costituisce la morte della civiltà e della convivenza sociale.

Il nostro dovere, infine, non deve essere solo quello di ricordare questi Eroi (la memoria è certo un merito, ma non basta; figurarsi se in un giorno di lutto come questo può mancare da parte dello Stato o di qualsiasi altro ente o associazione rappresentativo delle donne e degli uomini di questo Paese), ma di apprendere la lezione di vita che promana dal loro insegnamento e sacrificio: se vogliamo onorarli per davvero, mettiamo a dimora le nostre radici di vita nel campo del Bene.

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