Perché partire, a volte, è l’unica possibilità di vivere

Il mare di Cutro pian piano sta restituendo i morti alla terra.
Quei poveri corpi non sono muti, ma parlano e raccontano la tragicità delle loro storie di vita. E vanno ascoltati perché di loro, almeno, rimanga la memoria.

In questi giorni mi sono appassionato alla storia di Alidad Shiri, giovane scrittore di origine afghana, arrivato in Italia nel 2005.

Alidad aveva una bella famiglia e viveva a Kabul. Aveva tanti amici e frequentava sia la scuola coranica che la scuola laica. Per colpa dei Talebani che hanno conquistato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, la sorella più piccola, insieme alla mamma e alla nonna, sono morte durante un attacco terroristico, mentre il papà è morto insieme alle guardie del corpo per colpa di una mina esplosa sotto l’auto.

Dopo la morte dei genitori e della sorellina, è dovuto partire con la zia e trasferirsi in Pakistan. A 12 è fuggito in Iran, da solo, dove ha lavorato per due anni, di notte, dalle 19.00 di sera alle 7.00 del mattino, come operaio in una fabbrica.

A 14 anni, a piedi e sempre da solo, ha attraversato la Turchia ed è giunto in Grecia, dopodichè, pagando dei trafficanti e senza documenti, si è attaccato al fondo di un tir ed è arrivato in Italia. Fermato dalla Polizia, è stato portato a Merano in una casa famiglia. Ha imparato l’italiano, ha studiato Filosofia all’Università di Trento ed è diventato scrittore e giornalista.

Dei tanti racconti di Alidad sul destino tragico della “Terra degli Arii”, mi ha colpito profondamente che in Afghanistan le donne non possono neppure scegliere il colore dei vestiti. E non hanno un nome, ma sono chiamate la moglie di … , la figlia di … .

Cosa ci dicono Alidad e i morti di Cutro?

Che quando si nasce in terre infestate da guerre, terrorismi, regimi dispotici ed oscurantisti, fame, discriminazioni etniche e religiose, partire è l’unica possibilità di vivere.

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