Riflessioni, non paragoni: il “Titan” e le morti nel Mediterraneo

Sono ore terribili per i passeggeri del piccolo sommergibile turistico “Titan”, disperso nelle acque oceaniche. Cinque vite umane, tra cui un ragazzo di 19 anni, stanno sfidando il passaggio inesorabile del tempo e vedono la morte.

La pena per loro è infinita. Speriamo in un miracolo.

Questa situazione impone però una riflessione (non un paragone, ma una riflessione equilibrata e scevra da qualsiasi sentimento populista – poi chi non vuol capire o vuole equivocare, magari perchè eterodiretto, faccia pure).

Come mai i media di tutto il mondo stanno dedicando una attenzione ipertrofica verso una penosa situazione che può trasformarsi in una disgrazia, ma la cui origine non sono la disperazione, la povertà estrema, la privazione della libertà, la fuga dalla guerra, bensí la sfida eccessiva dell’uomo alle leggi della Natura e, forse, per chi ci crede, anche al Destino, mentre invece sono ormai relegate alla quinta o sesta pagina dei principali quotidiani e in fondo ai telegiornali le notizie dei continui naufragi nel mar Mediterraneo, che pure costituiscono delle tragedie immani?

Perchè, ad esempio, solo per guardare all’ultimo di questi naufragi mediterranei, oltre 100 bambini, anch’essi stivati nel ventre di un battello e colati a picco assieme alle loro mamme e papà, non hanno meritato altrettanta attenzione da parte dei media e di ognuno di noi?

Certo, comprendo bene che raccontare la mala sorte di cinque uomini miliardari ha, mediaticamente, una forza attrattiva ben maggiore della storia disgraziata, ma uguale a quella di milioni di altre, di una famiglia africana o curda o afgana. Insomma, per essere chiaro, fa vendere più copie e fa tenere incollate le persone davanti allo schermo. Ci sta, business is business.

Però la vita non è fatta solo di affari e quindi una riflessione seria dobbiamo farla e dobbiamo ammettere che se questo avviene è perchè siamo ormai abituati a certi tipi di tragedie. Non ci colgono più di sorpresa.

Il naufragio di una nave di disperati ormai non fa notizia e troppo presto, me per primo, mettiamo una croce sul bambino inghiottito da acque che non sono più un ponte tra civiltà ed umane esperienze, ma una bara.

Eppure, pensiamoci solo un attimo, oltre alla pena di avere perso una vita umana, magari quel bambino sarebbe potuto diventare uno scienziato, un poeta, un pittore, un formidabile musicista, un uomo di grande spiritualità. Però l’abbiamo perso. Per sempre.

È politicamente scorretto dire tutto questo?

Secondo me no e comunque, qualora lo fosse, se una cosa è quella giusta da fare o da dire, ebbene la si fa o la si dice (chi mi conosce sa bene che sono capace di assumere posizioni scomode e di tenere con fermezza il punto. Anche a costo di non indifferenti sacrifici e tensioni).

Io penso che la cosa giusta da dire, riflettendo su questi due eventi, simili nella dinamica e, forse, nella fine, è che diventeremo una società giusta, sana ed equilibrata quando non ci saranno più naufragi e naufragi.

Però, più che la mia, che è debole, su questi fondamentali principi di civiltà e di pietà umana, le voci dei politici e delle istituzioni spirituali religiose e laiche dovrebbero innalzarsi una volta per tutte e non cessare di tuonare contro l’abitudine crescente dell’uomo alla sopportazione del brutto e del male, che è un triste torpore che ormai ci avvolge e non ci fa riflettere.

Speriamo di ascoltarle presto e forte. Speriamo che scuotano le nostre coscienze intorpidite.

Condividi questo articolo...

LinkedIn
Facebook
Twitter
WhatsApp
Email