Risposta a un amico fraterno

Nei “Philosophiae naturalis principia mathematica”, Isaac Newton ha scritto: “Actioni contrariam semper et aequalem esse reactionem, sive corporum duorum actiones in se mutuo semper esse aequales et in partes contrarias dirigi”.

Il terzo principio della Dinamica, o principio di azione e reazione, stabilisce che se un corpo A esercita una forza su un corpo B, allora B esercita su A una forza uguale e contraria.

Un fraterno amico romano, con cui spesso mi confronto, mi ha chiesto qualche giorno fa di riflettere sugli aspetti reconditi di questo principio apparentemente solo scientifico. Ho colto volentieri l’invito e ho fatto questa breve riflessione.

La genialità della scoperta di Isaac Newton non si esaurisce nel mondo scientifico e della fisica, ma si espande anche alla società ed ai rapporti tra esseri umani, divenendo norma regolatrice che gli stessi ordinamenti giuridici moderni e contemporanei recepiscono (penso, ad esempio, al concetto esimente di “legittima difesa”).

In senso sociologico e antropologico, ritengo che il pensiero di Newton si possa cosí tradurre: se il corpo A esercita su di me una forza (cioè compie una “azione”) che è giusta e legittima, nulla quaestio.

Ma se il corpo A esercita su di me una forza (cioè realizza una azione) ingiusta e illegittima, io ho il diritto di esercitare sul corpo A una forza uguale e contraria (cioè di compiere una “reazione” e dunque di difendermi).

Tutto quello che succede dopo questi due eventi originari – per un corpo e per l’altro – è solo un effetto secondario, che da essi è originato e in essi si assorbe.

Ciò che conta sopratutto, però, sono la natura e finalità dell’inizio della sequenza, cioè dell’azione: se essi sono licei ed hanno scopi di bene, nulla da dire.

Ma se essi sono illicei ed hanno scopi malvagi, la reazione e tutti gli eventi successivi ed accessori sono atti difensivi legittimi assorbiti dalla nequizia dell’inizio.

A mio avviso la regola di Isaac Newton nell’ambito sociale e antropologico si può declinare cosí: il principio avrà fine solo quando la malvagità dell’azione iniziale sarà purgata con l’applicazione della giusta pena a chi l’ha pensata, a chi l’ha compiuta ed a chi l’ha favorita.

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